Respiro.(da un mese)

Se,come al solito,non ho perso la cognizione temporale,oggi il mio piccolo spazio per respirare compie un mese. Un mese fa,cioè,ho deciso che proprio non potevo più ignorare quelle nebulose di pensieri pronte a esplodere dal mio corpo.

Quando comunicai a qualche amica più stretta di voler aprire un blog,due sono state le domande fondamentali: cosa avrei scritto e perché. Beh, alla prima domanda mi è bastato rispondere con “tutto quello che mi passa per la testa” (il che non è poco), alla seconda ancora non so rispondere. Così,d’istinto, direi che ho deciso di aprire un blog perché pagare qualcuno che ti ascolti,non ne vale la pena. E dunque,visto che o butto fuori le mie contraddizioni o impazzisco,ho ovviamente intrapreso la prima strada. Ma la verità è che avrei aperto in ogni caso questo spazio,questa finestra sulla quale posso affacciarmi e respirare a fondo. Non solo perché non sappia fare altro,(ballare,cantare,suonare uno strumento,friggere un uovo)ma perché non trovo nulla di più appagante dello stare ore e ore a scrivere, a cancellare,a riformulare i pensieri. Esplorare me stessa come un subacqueo che si addentra nelle parti più oscure dell’oceano per scoprire un mondo,portarlo alla luce,metterlo su carta. Incastonare l’inchiostro nella cellulosa,cancellare,contraddirmi,fermarmi,rileggermi,odiarmi,compatirmi. Scrivo perché è l’unico modo che ho per essere me stessa,perché molto spesso lo specchio è rappresentato da un foglio bianco o da uno schermo.Scrivo per ascoltarmi e per rimproverarmi e per perdonarmi.

Nel 1916,in memoria di un suo amico suicida Ungaretti scrive:

E non sapeva
sciogliere
il canto
del suo abbandono

Il miracolo della poesia: quattro versi in grado di dire ciò che sto cercando di spiegarvi da mezz’ora. Scrivere,sciogliere il canto, è ciò che ha permesso a Ungaretti di non uccidersi. Scrivere è ciò che permette ai miei sentimenti di non assopirsi,di rigenerarsi ogni volta. Invidio quelle persone che sono in grado di sopravvivere e di esprimersi senza ricorrere a qualche forma d’arte. Io davvero non ci riesco,davvero non saprei vivere se non avessi una biro o una tastiera per reinventare la realtà. Io vivo nei mondi e dei mondi da me creati,delle vite che immagino nascondersi dietro ogni passante in cui mi imbatto.Ancor di più,uso la scrittura nel modo più egoistico che ci sia:la uso perché ne ho bisogno. Sin da piccola mi scusavo col mio diario perché ci scrivevo solo quando ero triste.Forse non è un caso che mi venne regalato dal mio pediatra. Aveva capito quale fosse la mia migliore medicina. Iniziai a scrivere,ogni giorno,più volte al giorno,avevo bisogno di riempire quelle pagine e svuotare me stessa.

Ho trasformato ogni angoscia,ansia,paura e lacrima,in inchiostro. Ho visto le mie mani disegnare il mio  inconscio più profondo con le pennellate più forti. E ogni qualvolta sono arrivata a fine pagina,non sono mai rimasta delusa. Poi,per un bel po’ ,non ho scritto un solo rigo,neanche la lista della spesa. Per un bel po’,non ho voluto più analizzare me stessa. Ma è stato come trattenere il fiato fino a diventare violacea. Da un mese,ho finalmente rilasciato il respiro.

Ho ricominciato a scrivere per smettere il prima possibile di scrivere. Per avere chiara la mente. Sento che scrivere non sia tanto diverso dal bere,dal mangiare o dal dormire. Fa parte del mio metabolismo. E come tale,è un’esigenza che non ho alcuna voglia di reprimere. Non più.

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