Storia di una capinera.

Cara Maria,
quando decisi di prenderti dallo scaffale e leggerti, non avevo un’idea ben chiara di cosa mi aspettasse. Avevo letto il Mastro don Gesualdo, che ho letteralmente amato, ma sapevo che la mano del Verga che ti ha creato non era la stessa, così lontana dal verismo. Eppure, mia capinera, quanto ti sei concretizzata davanti ai miei occhi. Quanto vere erano quelle mani, tremanti perché stringevano quelle di Nino e perché poi ne scrivevano. Quanto hai detto in tutto ciò che non hai scritto, in quelle autocensure, in quei puntini sospensivi. Meno scrivevi e più coglievo i tuoi turbamenti, le tue angosce, la tua frustrazione per essere vittima di una vita che non potevi sentire tua. E più scrivevi e più sapevo che quello era il tuo unico modo per sentirti ancora viva, perché la scrittura non muore. E tu, invece, ti vedevi morire: quelle mura alte e grigie del convento non limitavano più solo il tuo corpo: il tuo spirito, la tua mente avevano delle manette che ti facevano ringraziare il Buon Dio quando ti saresti solo scagliata contro di lui, che ti facevano sentire il tuo amore come un peccato, una vergogna che ti lacerava, che ti faceva digiunare perché credevi di meritarlo. Ti scrivo perché voglio che tu lo sappia: tu non hai colpa, Maria. Vedi? Il tuo nome già parla da sé: un’imposizione, anche quella, di collocarti in una dimensione religiosa che sei stata costretta a vivere. Tu sei mia coetanea e anche se così lontane nel tempo, sappiamo entrambe che in quegli anni non cerchiamo l’amore di un dio che non possiamo vedere, che non possiamo abbracciare: noi cerchiamo calore umano, abbracci che ci fanno sentire vive. Vogliamo ballare fino a sentirci stanche, correre per i prati sporcandoci i vestiti, essere libere, essere vive. E tu hai corso per i prati, hai ballato, hai amato, ti sei sporcata le mani di libertà e vita. E allora? Possibile che ti ho visto cacciare grinta solo quando eri malata? Che poi, tu purtroppo non potevi saperlo, ma posso dirti che il nostro corpo dà segnali molto chiari delle nostre malattie interiori. Non è un caso che provavi dolore proprio a quel petto che sarebbe esploso da un momento all’altro d’amore e d’odio, non è un caso che la tua mano tremava mentre confessavi quell’amore che faceva tremare la tua anima. E poi, ancora non conoscevi l’inconscio, ma sarei venuta in convento a dirtelo: parliamoci chiaro, Maria mia: tu non è che amavi Nino, la tua è stata una cottarella da ventenne, lo hai visto poche volte, per lo più di sera e mezza volta ti ha stretto la mano. Tutto il suo fascino sta in ciò che con lui ti si sarebbe prospettato: l’amore, la libertà, le passeggiate nei campi, dei bambini che si aggrappano alla gonna. Tutto quello che a te non sarebbe toccato mai. Che ne dici? Te ne avrei voluto parlare, così per alleviare un po’ le tue sofferenze che si proiettavano tutte su quel Nino, Nino, Nino. Anche se non ti fossi innamorata avresti odiato le mura del convento, perché avevi scoperto che quel mondo sempre visto come il Male, come qualcosa da evitare, tanto male non era ma si presentava con animali che volevano carezze, con il sole che ti riscaldava il volto, con occhi che guardavano anche il tuo corpo che volevi solo umiliare e nascondere. T’avrei strappato quel velo, Maria. Il velo si mette ai morti, non a una ragazza piena di vita e speranza come te. E quanto mi sono arrabbiata quando ti punivi e ti odiavi. Tutto quell’amore per Nino e nulla per te?
Io lo so che nelle tue condizioni mi sarei sentita esattamente come te: è terribile dover accettare, solo accettare il proprio destino senza poterlo cambiare e so che le eroine come te sono amate dai lettori perché vinte. Pensa cosa sarebbe successo se Verga ti avesse dato la libertà di scappare con Nino: che vergogna! Già farti morire era stato uno scandalo, ma almeno i moralisti potevano dire che era la giusta ricompensa per una peccatrice come te. E poi tutti dicono che alla fine inizi a perdere la ragione…ma non trovi forse che la tua lucidità mentale sia massima quando provi a scappare? Quando non ti importa più del convento, delle convenzioni, della preghiera?

Vorrei cercare,Maria, un lieto fine alla tua storia. Vorrei convincermi che la tua morte sia stata la migliore ricompensa, tanto la desideravi, tanto questa vita ti era ingrata. Ma Verga non conosce lieti fini. Tu sei morta. Ed io posso solo rileggere i tuoi momenti migliori e farti vivere solo quelli. Perché la scrittura non muore.

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