Luca.

Mentre firmava autografi sotto le luci dei riflettori, Luca si ricordò di quel giorno in cui venne chiuso in bagno da quei mascalzoni dei compagni.
Allora aveva solo tredici anni ed ancora non sapeva nulla della cattiveria del mondo. Lo avrebbe scoperto di lì a poco, quando varcando la porta della classe, dopo l’estate, nessuno dei suoi vecchi compagni gli diede a parlare. “E’ perché non ti sei sentito con loro durante le vacanze. ” gli disse sua madre quel pomeriggio sul divano. “Domani siediti accanto ad Alessandro, eravate amici l’anno scorso, no?” Luca ci pensò su e il giorno dopo seguì il consiglio della madre. Alessandro non fece molte storie, accettò la presenza di Luca come quando si accetta quella di un estraneo al cinema e si spera che non parli durante il film. Alla ricreazione, fu rincuorato dal fatto che Giovanni, Andrea e Giuseppe gli andarono vicino,anche se per parlare con Alessandro, non con lui: “Ma che ne sai tu del calcio, che c’hai pure il nome da femmina” Lo aveva ammonito Giuseppe. “Perché da femmina?” chiese Luca sbigottito “Perché finisce con la A.” Avrebbe voluto ribattere qualcosa, far tacere la risatina degli altri, soprattutto quella di Andrea, che c’aveva anche lui il nome con la a,pensò, ma si sentì mortificato a tal punto che tacque. Il giorno seguente, filò dritto all’ultimo banco, fila a sinistra, e ci restò per le settimane a seguire. Non osava dir nulla, né a scuola, né a casa. Apriva bocca solo per ingoiare le merende che sempre sua mamma gli preparava con amore. Gli altri, mangiavano delle pizzette fredde che a Luca facevano venire il voltastomaco.

Fu la professoressa di italiano a mettere per la prima volta i riflettori su di lui: un gran bell’OTTIMO sul compito gli aveva dato una grossa soddisfazione. Sembrò improvvisamente diventare popolare: Alessandro, che aveva preso un insufficiente, gli chiese di andare a studiare a casa sua. Furono per Luca pomeriggi di felicità: i suoi amici, così li chiamava, bussavano puntuali alle quattro e se ne andavano dopo ore mentre lui spiegava anche con gli esempi più stupidi come parafrasare una poesia. Eppure a Luca qualcosa non tornava: a chiamarlo a casa lo chiamavano, ma per i compiti; a farlo parlare lo facevano parlare, ma per suggerire durante l’interrogazione. Continuavano i risolini perché era goffo in palestra, lui aveva sempre odiato il calcio; continuavano ammiccamenti quando la professoressa lo chiamava per nome, quello che era stato anche di suo nonno; continuavano a dirgli che aveva una sciarpa da femminuccia, quella che sua madre gli aveva cucito. Si guardava allo specchio e si chiedeva cosa non andasse in lui: sì, sapevano giocare a calcio, sì i loro nomi erano da maschi, sì erano più alti e lui,lui…cominciò a pensare che avessero ragione.

– Mamma,ma Luca non è un nome da femmina?
– Cosa?! E’ un nome così maschile. Che dici! Perché? – Adriana si scostò una ciocca di capelli col gomito mentre innaffiava le piante.
– No così…a me sembra da femmina.
– Non credo che la nonna l’abbia pensata allo stesso modo. Non devi studiare?
– Ma no…ogni tanto bisogna anche rilassarsi.
– Certo…tu non ti rilassi?
– Sì…forse dovrei iscrivermi a calcetto.
– Ma tu lo odi il calcio
– Già…mmm..niente. Hai ragione,vado a studiare.
Ma quel pomeriggio Luca non studiò. E neanche il pomeriggio successivo e quello dopo ancora. Era febbraio. I “suoi amici” non lo avevano più richiamato per l’italiano e lui si sentiva sprofondare. Alla chiusura del quadrimestre, la scuola divenne un incubo.
-Oh. Mi hai fatto prendere insufficiente alla verifica.
Luca sentì la presenza di Alessandro, Giuseppe e Andrea dietro di lui, mentre si lavava le mani in bagno prima di tornare a casa.
– IO? E cosa c’entro? – si voltò di scatto cercando di nascondere il pallore sulle sue guance paffute.
– Mi hai suggerito male
– Guarda che sono andato male anch’io…- Luca non ebbe il tempo di reagire che venne spinto
– E chi se ne frega che sei andato male tu.
Mentre cercava di farsi indietro inciampò sul cestino, cadde. Alessandro prima rise, poi cominciò a malmenarlo, dandogli dei calci dove Luca non riusciva a proteggersi con le mani. Giuseppe si aggiunse, Andrea ridacchiava: – Ecco a cosa ti serve il calcetto, Ale!
– Eh già, lui una palla già ci è.
– Fermati, basta. Basta!!!- urlava Luca a terra sul pavimento. Non seppe contare quanti minuti durò quell’inferno. Per gli altri pochi, per lui un’eternità.
Non riuscì a raccontare alla mamma quanto fosse successo. Si vergognava, si vergognava tremendamente di sé,di essere un debole, un vile. Ogni giorno a scuola divenne un modo per Alessandro e gli altri di torturarlo. Dalle palline di carta che si ritrovava nel cappuccio, a falli disegnati sui quaderni, perché lui poi c’aveva il nome da femmina. Evitava di andare in bagno a fine lezione perché poteva essere raggiunto e “i suoi amici” avrebbero trovato una facile scusa per rinnovargli i lividi sulle gambe. Un giorno, si assicurò che se ne fossero andati e andò in bagno. Gli scappava. Non si era ancora alzato i pantaloni che ..
– Facci vedere quanto ce l’hai lungo!
La porta si spalancò, Luca cercò di alzarsi i pantaloni
– Femminuccia! Sei una femmina! Sei una femmina!!! – Giuseppe era col telefonino a riprenderlo.
Alessandro gli richiuse la porta e la bloccò con una scopa.

-Apri!!!!Aprimi!!!!!!- Non sentì più nulla. Questa era la sua vita, pensò. Nudo sotto una telecamera, e solo,chiuso in bagno mentre nessuno lo veniva a salvare.
Passò dopo un po’ l’usciere Agostino. Si accorse della sua presenza solo perché sentì prì qualcuno singhiozzare. Aprì la porta.
– Oddio!
– Ohhhh Grazie! Grazie! – Luca scoppiò di nuovo in lacrime. – Non ce la faccio più, non ce la faccio più. Mi hanno chiuso qui, mi picchiano, mi torturano.
Non ci volle molto all’usciere per capire più o meno cosa era successo e con la ricostruzione di Luca capì cosa stesse succedendo da mesi tra quelle mura scolastiche. Controvoglia, Luca si fece accompagnare a casa da Agostino che,ovviamente, ne parlò con la madre. Immediatamente venne indetto un consiglio straordinario di professori e madri dei ragazzi coinvolti. La pace, fu ciò che Luca riuscì a ottenere in quell’ultimo anno di scuola.
Non rivide più nessuno di loro né al liceo né all’università. E tuttavia, la peggior traccia da loro lasciata Luca riuscì sempre a scorgerla. La sua personalità si era forgiata sotto quelle botte e quei lividi. Era diventato un cinico, indifferente all’amicizia, timoroso dell’amore, intimidito verso se stesso, verso quel corpo goffo che mai più era riuscito quantomeno ad apprezzare. Nei suoi quarant’anni di vita aveva viaggiato tanto, conseguito più lauree e i suoi libri erano divenuti best sellers.

Mentre firmava autografi sotto le luci dei riflettori, un ragazzo impacciato gli si avvicinò e gli chiese l’autografo. “Se è vero che la letteratura ha un potere salvifico, tu mi hai salvato un milione di volte!Grazie”- Gli disse.
Fu un attimo ma sul fondo di quegli occhi neri, Luca rivide se stesso e dopo tanto tempo il cuore gli prese a sorridere.
– Grazie a te. – Non era mai stato così sincero.

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