Il Gattopardo.

Sebbene in Sicilia ci vada soltanto tra qualche settimana e per la prima volta, posso a buon diritto dire di esserci già stata qualche giorno fa. Con Tomasi Di Lampedusa e il suo capolavoro.

La trama si snoda attraverso le vicende della famiglia aristocratica dei Salina, colta nel suo momento di declino, cioè nel 1860, quando in Italia si passa dal regno borbonico all’unificazione. Don Fabrizio, principe di Salina, è un uomo “grandissimo e fortissimo”, amante però anche dei piaceri terreni e cultore dell’astronomia. A fare da alter-ego alla sua figura, è il nipote Tancredi che, a differenza dello zio, si sporca con le vicende del nuovo tempo, arruolandosi nell’esercito dei garibaldini e sposando Angelica, figlia dell’arricchito sindaco Don Calogero. E’ questo il primo segno di caduta della famiglia Salina, che si imparenta con qualcuno con cui mai prima avrebbe pensato di avere a che fare.
A Tancredi Tomasi Di Lampedusa fa pronunciare la celeberrima frase “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Questa frase, posta quasi nelle prime pagine del libro è in fondo, il cuore del romanzo stesso e l’immagine che l’autore vuole offrirci dei Siciliani, assopiti da questo spirito “gattopardesco”. Quando infatti Tancredi pronuncia queste parole, lo fa cercando di rassicurare lo zio che un cambiamento, un cambiamento vuoto però di contenuti, è necessario affinchè tutto volga a vantaggio della classe a cui lo zio appartiene. Quello,cioè, a cui si assiste in quegli anni altro non è che l’ennesimo cambiamento privo di significato.Perché? Perché come il principe dirà al Chevalley di Monterzuolo, mandato per offrirgli la carica di senatore, ” I Siciliani non vorranno mai cambiare perché credono di essere perfetti(…) Il sonno è ciò che i siciliani vogliono”, perchè le dominazioni straniere succedutesi nel tempo non hanno fatto altro che annientare la voglia di fare, non hanno fatto altro che produrre annichilimento.

Ma si sbagliava. Col passare degli anni, ritiratosi in una sorta di esilio volontario, dedito a contemplare le stelle o come dirà Tancredi “corteggiar la morte”, il principe assisterà inerme alla caduta del suo potere: “quel Garibaldi, quel barbuto Vulcano aveva vinto” . Mentre a lui non resta che abbracciare la morte su un letto di una stanza d’albergo, che peraltro richiama la morte di mastro Don Gesualdo(che morirà lontano da casa), sotto gli occhi di un direttore d’albergo turbato dell’avere tra i piedi un moribondo. E lascia il lettore con un’ultima riflessione amarissima sulla sua vita: “ho settantatrè anni…all’ingrosso ne avrò vissuto,veramente vissuto…due o tre” .

Ma se così Tomasi di Lampedusa decide di far finire il personaggio principale, inaspettatamente fa continuare il romanzo con un ulteriore capitolo in cui quel senso di decadentismo iniziale che si era avvertito dalla descrizione grottesca del giardino, ritorna spostandosi dal mondo vegetale a quello animale e riducendo anche questo “a un mucchietto di polvere livida”

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