Mattino.

C’è un momento al mattino in cui sembra che tutti gli oggetti intorno a me si sveglino al mio risveglio. Sono sola a casa e mentre apro pian piano le porte a scrigno della cucina vedo già il sole distendersi pigramente sulle pareti. La prima a protestare per essere stata svegliata è la tazza per il latte che prendo brutalmente dalla credenza e che urta vicino alle altre, chissà, forse vuole che si sveglino con loro. Sussulta leggermente quando la poggio sul marmo: è lo stesso breve grugnito che farei al mattino se qualcuno tentasse di svegliarmi aprendo di colpo le finestre. A passo felpato mi avvicino verso il frigorifero: neanche lui sembra così contento di essere svegliato: devo sempre forzarlo un po’ prima di aprirsi e a volte la sua luce è offuscata da qualche barattolo di troppo che sono certa ieri non era in quel posto. Lo avrà messo lui per mostrarmi il suo disappunto. Gli rubo il latte, in silenzio, e lascio che torni a dormire, perché ora la mia vittima è ciò che gli ho appena preso: il latte è freddo con me, o forse è semplicemente infreddolito. Fatto sta che non vuole essere rovesciato nella ciotola e finisce sempre che cerca di saltarne fuori, e ogni volta devo essere lì qualche minuto dopo a raccoglierlo, caduto sul marmo. Lo richiudo, come a dire che il suo martirio è finito. Per ora. Il caffè, invece, non contesta mai: si lascia afferrare e disegna copioso dei cerchi nel latte. Adoro ascoltare quel lieve rumore che fa mentre colora il latte pian piano e amo quel piccolo, impercettibile suono una volta posato sul sottopentola. E’ come se bofonchiasse qualcosa, magari dice “finalmente mi hai messo a posto” o “questa mattina non mi vuoi poi così tanto?”. Arriva il momento più sacrificale per la tazza: la metto nel microonde e inizia a girare, girare, girare, un giorno o l’altro protesterà e deciderà di non riscaldarsi, lo sento. Cerco sempre di fermare il microonde un secondo prima che suoni, non mi piace disturbare una tale quiete col suo din-din-din, e probabilmente non piace neanche a lui. Nel frattempo i cereali hanno già preso posto sulla tavola. Prima di finire nella ciotola devo sempre smuoverli un po’ con le mani: si agitano, sbadigliano, ma cadono abbondanti, come in un sonno profondo. Il cassetto delle posate è già investito dai raggi del sole e quando lo apro è come aprire le finestre di una camera: la luce arriva sino ai cucchiaini e ne prendo uno che si lascia afferrare senza esitazione, senza svegliare gli altri, quasi senza far rumore. Ritorna il silenzio. Lo assaporo più di quanto assapori i cereali, me lo godo più della sensazione del latte che caldo scivola nel mio stomaco. E’ il momento migliore della giornata. Ripongo la tazza, la lavo come si laverebbe il muso ad un gattino. Anche stavolta non è contenta e molto spesso si agita fin quando non riesce a gettarmi qualche schizzo d’acqua sul pigiama. Ripongo il latte nel frigo…sembra più leggero, più disposto a tornarsene a casa, anche i cereali non protestano affatto. Mi chiudo la porta alle spalle e per un attimo resto in ascolto:

“Avanti, possiamo dormire fino a mezzogiorno” sento dire da qualcuno. Dev’essere il piatto di ceramica.

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