Su facebook

“Facebook ti aiuta a connetterti e a rimanere in contatto con le persone della tua vita”.
La scritta blu si staglia sulla sinistra della pagina. In basso, una serie di figure arancioni collegate da trattini che mi ricordano i “legami a idrogeno” di chimica, quelli deboli, quelli a cui basta un po’ di lontananza per essere spezzati. A destra, una piccola finestrella per poter entrare in contatto con il mondo e al di sotto un invito, o forse un imperativo, ad iscriversi,per restare connessi. Sì, ma con chi? Quando per la prima volta mi iscrissi a facebook, non avevo una chiara idea di chi o semplicemente cosa stessi cercando. Lo feci per curiosità, perché allora già impazzava la moda del “Tu ce l’hai facebook?” e rispondere no mi faceva sentire una reclusa, come quando tutti avevano la fotocamera digitale ed io avevo ancora quella dal rullino limitato da massimo trenta fotografie. Mi iscrissi, e il primo ricordo che ho è quello di una serie infinita di gruppi “per tutti quelli che quando scrivono girano il foglio”, “per tutti quelli che aprono il frigo e poi lo richiudono senza aver preso nulla”, “per tutti quelli che guardano Gossip Girl”. Gruppi, una quantità industriale di gruppi che aumentavano in maniera esponenziale ed io mi iscrivevo, li condividevo, mettevo mi piace. Mi sentivo parte di quel gruppo. Anzi, in fondo neanche tanto, perché ne erano così tanti che dopo qualche giorno non ricordavo neanche più di aver messo “mi piace”. Poi iniziò la condivisione delle foto. Credo lo facessi perché vedevo gli altri postare le foto ed improvvisamente ebbi anch’io il bisogno non tanto di far sapere agli altri dove fossi, ma di avere i “mi piace”. Ricevere una notifica, avere dei commenti, rispondere, mettere mi piace ai commenti dell’altro, guardare gli affari degli altri, riconoscere in una foto una tua vecchia amica delle elementari e aggiungerla non perché volessi riallacciare i rapporti (dopotutto, cosa hai da dire a una che si è persa metà della tua vita?) ma per fare numero, perché avere ventitrè amici è un po’ da sfigata, diciamocelo. Col passare del tempo il numero delle foto è aumentato, e anche quello degli amici e dei mi piace. Come per me, così per tutti. E non ho saputo più riconoscere chi fossero quelli che “aprivano il frigo e lo richiudevano subito dopo”, perché ne erano troppi. Non ho più riconosciuto un pensiero originale, perché sono tutti diventati esattamente come quelle figure arancioni: identiche e spersonalizzate , facilmente confondibili con chiunque altro. Una quantità nauseante di ragazzine con lo stesso identico cappello, la stessa felpa, lo stesso effetto cam wow e la stessa posa, le stesse ciglia, lo stesso sguardo nel vuoto. Un numero impressionante anche di persone che criticavano questo aspetto di facebook, di quanto i social network in generale non mettessero in comunicazione ma la spezzassero, come quei legami a idrogeno. Ma lo comunicavano esattamente su un social network e probabilmente per avere dei mi piace, per essere anche loro accettati. Improvvisamente mi sono resa conto che la nostra personalità, le nostre foto, non fossero più parte di noi, ma consegnate ad un mondo virtuale. Che cosa succederebbe se improvvisamente chiudessero facebook? Panico. Perderemmo tutte quelle foto che non ci siamo presi la briga di conservare, dimenticheremmo tutte le nostre sensazioni (Tizia oggi è euforica) che abbiamo consegnato a un mondo virtuale e non a un diario. Come se pian piano avessimo svuotato le nostre menti e riempito le bacheche dei nostri ricordi, dei nostri pensieri che dopotutto non sono più nostri perché li abbiamo letti da qualche altra parte e forse siamo mentalmente troppo pigri per poter dire qualcosa oltre un semplice “mi piace”.  Ho iniziato a rimpiangere quella macchina fotografica dalle trenta foto. Perché sì, erano poche, ma erano solo mie. Ho iniziato ad analizzare il mondo del social network e mi sono resa conto di quanto fosse falso, del tutto falso, l’accostamento tra connessi e social network. Parafrasando Pasolini, i social network non sono solo trasmettitori di messaggi, ma elaboratori stessi di messaggi e il messaggio che oggi passa è quello che il nostro mondo è in uno schermo, che le foto vanno fatte non per poterle riguardare anni dopo, ma per potere avere dei “mi piace” instantanei. Perché siamo estremamente vanitosi e abbiamo bisogno di piacere, di sentirci dire che “omg hai dei capelli bellissimi” “sei bellissima amore-no tu di più- no tu di più- ahhh mia- no tu mia-“. Il messaggio che passa è che per comunicare non servono più le parole, gli sguardi, i contatti corporei, ma delle sterili risate “AHAHHAAH”, dei click sul mi piace (è chiaro, no? Ho messo “mi piace”, ora sa che gli piaccio), delle sigle e delle emoticons. Ancor di più, siamo così presi da questa finzione che non c’interessa più la realtà. Ho visto coppie sedute a un bar guardare fissi sui rispettivi cellulari, ho visto madri che da un lato scorrevano la home di facebook, dall’altro tenevano distrattamente un bambino per mano, ho visto amici provare settordici volte il selfie perfetto da poter pubblicare. Ancora, mi sono resa conto che ero in realtà in “contatto” con persone della cui vita non mi sarebbe importato mai più nulla se non avessi avuto l’amicizia su facebook. Facebook ti tiene in contatto con chi non saluti per strada e ti allontana da chi ogni giorno ti sta o ti passa accanto. Certo, è un modo estremamente rapido ed efficace per poter dare informazioni, ma niente di più. E non deve essere altro che questo. Perché se siamo già una moltitudine informe, se siamo già come degli automi che entrano su facebook- vedono gli affari degli altri- cliccano mi piace- pubblicano per avere mi piace-escono, finiremo per dimenticarci dove inizia la finzione, dove la realtà, dove sono passato e presente (visto che tutto è raggiungibile con un click) e finiremo per perdere la nostra originalità che fuori da quel mondo ha così tanto da dare e noi stessi. E questa volta, non basterà “cerca persone, luoghi,oggetti” per ritrovarci.

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