V come vita

Una donna ansima su un letto: ha appena dato alla luce sua figlia. Piccolina, tu non lo sai, ma intorno a te ci sono tanti parenti. Tuo padre, che prima di tutti ti stringe la manina tenendoti in braccio, e poi la zia, lo zio, e i piccoli cuginetti, amici di amici e amici di amici di amici. Attraverso i loro occhi velati dalle lacrime,guardano la piccola creatura: piangi, hai una smorfia sul visino, come se fossi stata strappata dal mondo del nulla al quale prima appartenevi. Dopotutto, prima di quei nove mesi, dov’eri?  La pelle è ancora raggrinzita, tanto che ai polsi ci sono piccole circonferenze, come dei bracciali  molti stretti,i capelli sono radi,la bocca è aperta, ancora vuota dei dentini che sei mesi dopo tua mamma inizia già a toccare tastando dolcemente le gengive con un cucchiaino. Stai crescendo, bambina, e la vita ti è dolce: ti si spalanca dinanzi agli occhi in tutta la sua bellezza. Tu sei curiosa, afferri qualsiasi cosa sia nel tuo piccolo raggio d’azione: l’ochetta di gomma che tua madre ti ha messo sul seggiolone per farti giocare mentre mangi, il ciucciotto, con un po’ di fatica riesci anche a prendere le chiavi che sono posate sul tavolo, perché riesci a tenerti sulle punte, anche se poi vai un po’ all’indietro quando ritocchi terra. Afferri una penna e inizi a scarabocchiare, ma presto quei segni informi diventano lettere e numeri. Sei a scuola, sei anche brava a dire il vero, e anche se l’italiano non ti piace, fai del tuo meglio per scrivere la letterina a Babbo Natale, fin quando hai undici anni e a Babbo Natale non ci credi più. Ma non smetti di credere in molte cose: nell’amicizia, nella bontà dei tuoi genitori, e poi credi in Dio, non per il catechismo, ma perché non trovi altro modo per spiegarti la creazione del mare e del sole e di te stessa. Sì, hai solo dodici anni ma ti poni già domande su come sei nata e la filosofia studiata al liceo scientifico, al quale ti sei iscritta con orgoglio, non è bastata a scardinare le tue certezze. Neppure Nietzsche ce l’ha fatta. Stai crescendo in fretta e sei arrossita incredibilmente al tuo primo bacio, ma diciamocelo, non era come te l’aspettavi. Però stai vivendo emozioni intense: hai vinto una medaglia di nuoto, ti sei classificata seconda ai campionati di matematica, ti piace ballare i latino americani e fai di tutto per non perderti le lezioni di salsa. Ti scateni non appena accendi la radio e ormai tua madre non ti controlla più, non riesce a stare sveglia quando torni tardi la sera e ogni volta ti senti in colpa, fin quando una notte siete rimaste sveglie entrambe a vegliare su tuo padre che esalava l’ultimo respiro. Hai conosciuto la morte molto presto, bambina, e soltanto qualche anno dopo sei rimasta completamente orfana. E’ stato allora che per la prima volta hai pensato di non farcela e ti sei rannicchiata in un angolo nella tua stanza e hai pianto senza vergognarti dei tuoi trent’anni. Hai pensato che la laurea in medicina ti fosse stata inutile, perché non hai salvato tua madre e perché dopo anni di esperienza non riuscivi a dirle la verità sulla sua malattia. E un medico deve essere sempre obbiettivo. Ti sei rimboccata le maniche e sei andata avanti, hai preso in mano la tua vita e hai scelto di essere forte. Lo sei. E’ il motivo principale per cui tuo marito ti ama e tuo figlio stringe forte la tua mano quando deve avere il primo vaccino. Bambina, ormai sei una donna: una di quelle che ha sempre la testa più affollata della sua borsa, sul cui fondo si depositano scontrini, caramelle e ricordi. Non hai salvato tua madre, ma tantissime altre vite e ogni volta hai sorriso come la prima volta. Sei diventata gelosa di tuo figlio quando ti ha portato la sua prima ragazza e sei rimasta sveglia fino a tarda notte ad aspettarlo, come tua madre faceva con te. Ora piccole rughe iniziano a comparire agli angoli degli occhi, tu non ci pensi, le copri col correttore, così come per i capelli usi la tintura. Ma sei felice: almeno una volta a settimana vai a teatro con tuo marito, e in tutti questi anni di matrimonio ci sono stati alti e bassi, ma ce l’avete sempre fatta. Forse per i figli, forse per amore, ma lui ti stringe ancora la mano quando camminate per strada. Ogni sera, nel letto, guardi il soffitto e pensi che tuo marito è sempre l’unica cosa che resta: non parli più con la tua amica di sempre, le chiacchiere con i colleghi sono piuttosto vacue, lo stress della giornata si fa sentire e a volte passi la domenica pomeriggio a leggere, tuo marito si addormenta, non vi parlate, ma ti basta la sua presenza per sentirti al sicuro. Siete arrivati ad una veneranda età, non come  i tuoi genitori (ci pensi spesso!) e piccoli nipotini popolano il vostro salotto. Eppure qualcosa non torna: inizi a dimenticare le date dei loro compleanni, non riesci più ad andare a ballare la salsa, a volte non riesci ad afferrare le chiavi che sono posate sul tavolo e con la penna riesci a fare solo degli scarabocchi, perché ti trema sempre un po’ la mano. Soprattutto, molto spesso tuo marito deve dirti il suo nome, perché non lo ricordi più.

Sei distesa su di un letto, e tu non puoi saperlo, ma intorno a te ci sono i parenti: tuo marito, prima di tutto, che ti stringe la mano e poi tuo figlio, e i cugini, e gli zii e amici, quelli più stretti. Attraverso i loro occhi velati di lacrime ti guardano un’ultima volta: ecco, stai tornando bambina. Hai gli occhi socchiusi, la pelle raggrinzita e intorno ai polsi ci sono dei lacci e dei cerotti, stretti come dei piccoli braccialetti. I capelli sono radi, e dalla bocca socchiusa è possibile vedere che sono pochi i denti rimasti. Stai involvendo, ti rannicchi in posizione fetale, proprio come ottant’anni prima. Ma non piangi e non hai nessuna smorfia sul viso. Sei un medico, e anche ora che ti stai avvicinando alla morte vuoi essere obbiettiva: non c’è motivo di piangere. Dopotutto, prima di quei nove mesi, dov’eri?

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