Non, se, ma.

Questo blog avrebbe potuto chiamarsi, senza ombra di dubbio, “pensieri di una disagiata”, o “pensieri di una paranoica” o comunque pensieri di qualcuno che non appena fa qualcosa ci pensa e ripensa sopra fino alla fine dei secoli.

Ho notato, per l’esattezza, che ogni volta che faccio una qualsiasi azione, arriva puntualissima una vocina nella mia testa che mi dice “non avresti dovuto farlo”.

– Ho chiesto la tesi in letteratura inglese – non avresti dovuto farlo
– Ho fatto una pausa studio che è durata un pomeriggio – non avresti dovuto farlo
– Ho risposto a tizio in quel modo – non avresti dovuto farlo
– Ho trangugiato patatine e coca cola per spuntino – non avresti dovuto farlo. Così ora non staresti a scrivere sul blog mentre bevi camomilla e provi a digerire.

Un’infinita quantità di piccole cose che un secondo dopo averle fatte mi dico: non avresti dovuto farlo. Ma per tutto eh. E il punto è che, alla fine, sono pensieri alquanto inutili per due ordini di motivi: sia perché non si può cambiare ciò che hai fatto, secondo perché tornassi indietro richiederei la tesi, avrei rifatto la pausa studio lungo un pomeriggio, avrei strafocato patatine fino alla nausea. Non perché sia contenta di gongolare nel mal di stomaco, ma perché sono una persona che segue nient’altro che l’istinto. E se sento che ho bisogno di fare una cosa, la faccio. E forse il dirmi “non avresti dovuto farlo” è semplicemente un mio modo per dirmi “sono una persona cosciente e consapevole dell’errore. Macchissene”. Mi seguite? Lo spero. E questi ragionamenti, tuttavia, arrivano troppo tardi. Arrivano quando già sono stata divorata dai “nonavrestidovutofarlo”. Ed è irritante, no, pensare sempre di aver fatto o detto la cosa sbagliata. O, come direbbero i One republic, di sentire qualcosa di così sbagliato nel fare la cosa giusta e di sentire qualcosa di così giusto nel fare la cosa sbagliata. La storia della mia vita, insomma.

E le mie divagazioni, la mia testolina che non smette di funzionare neanche di notte, le mie parole che escono a fiumi quando parlo con qualcuno e mentre ci parlo penso già a come scusarmi per la mia parlantina o a come rimediare per la stupidaggine che ho sicuramente detto nello straripare di parole. Tutte cose su cui non smetto mai di riflettere, di interrogarmi. Spesso mi ritrovo a pensare dopo giorni a quella determinata parola detta in quella determinata circostanza, al tono che avrei potuto avere, a chissàseavevoqualcosatraidenti, a chissàsepoimihatrovatodeficiente. E per la maggior parte delle situazioni, ringraziando il cielo, non mi pento comunque, come dicevo. Anzi, ammetto che trovo questo mio modo di fare, estremamente goffo e paranoico, accettabile, in a way. Perché dopotutto è ciò che rende me, me.

Solo che, dall’altra parte, non devo aspettarmi mai di essere compresa. E’ questo quello che alla fine mi frega. Non devo aspettarmi di essere seguita nei fiumi di parole, nel mio correggermi mentre parlo. A volte ho la strana sensazione che le persone mi prendano per squilibrata. Ultimamente un tizio mi ha detto che era “difficile seguirmi” e ovviamente poi per tutta la sera non ho fatto altro che pensare a cosa avrei potuto dire diversamente. Nulla, probabilmente, visto che dovrei smetterla anche di pensare che sono sempre io quella che deve correggersi e che “non l’avrebbe dovuto fare”.

In ogni caso, questo monologo è più incomprensibile di qualsiasi pagina abbia letto finora su beckett.

Non avrei dovuto scrivere.

 

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