Un posto in cui scappare.

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Ognuno dovrebbe avere un posto in cui scappare. Da piccola, quando giocavo con i miei compagni a nascondino, volevo sempre andare a nascondermi. Poco mi importava di dover cercare, meno ancora di dover essere cercata. Sceglievo con cura il mio angolino segreto: mi piaceva, ad esempio, un posticino buio di un garage in cui nessuno andava mai a cercare. Io ero nel freddo e nell’odore di muffa e motore e potevo stare lì per ore, a toccare con le mani il muro freddo e divertirmi a staccarne dei pezzi. Quando uscivo dal nascondiglio, arrivavo all’albero e mi salvavo. Allora non era così difficile salvarsi. A volte invece, quando l’estate andava raffreddandosi, mi piaceva nascondermi nell’armadio. Ero così piccola che riuscivo a sedermi sul basso ripiano delle maglie. Ricordo che una volta avevo paura di una mia zia e come scusa non solo mi chiusi in camera a chiave, ma mi nascosi nell’armadio, immersa nel buio e nell’odore del sapone di lavanda. Rimasi lì, non ricordo per quanto, ma mi sentivo estremamente al sicuro. Come quando, ogni volta che andavamo da qualche parente per me insopportabile, mi rifugiavo sotto al tavolo. Ero bambina, e certe cose ai bambini sono concesse. Non saprei dire con esattezza quando abbia smesso di rifugiarmi nell’armadio o di giocare a nascondino, ma so che ancora oggi sto cercando un posto in cui scappare. Lo immagino come una piccola casetta immersa nel verde, di legno, con centrini di pizzo sul tavolo, tazze spaiate, un camino acceso e dei fiori secchi sulla finestra. Qualche tappeto a terra, magari scolorito da tempo, un paio di libri su una mensola. Non sarebbe così male. A volte, invece, mi ritrovo a scappare senza neanche rendermene conto. Quando prendo la metropolitana senza nessuna motivazione precisa, quando decido di chiudere la porta della mia camera senza che sia necessario ovattarmi dai rumori esterni, perché dopotutto sono sempre i pensieri ad essere più roboanti. Quando scelgo un libro da leggere, affinché mi prenda e mi porti in un’altra dimensione. Quando scrivo su questo blog fino a che la mia mente si senta svuotata del tutto. Un posto in cui scappare ogni volta che le lacrime sono già pronte per dissetare gli occhi, ogni volta che ci si sente estenuati dal chiacchiericcio, dalle maschere (quelle degli altri ma anche la tua che già da tempo senti che si sta per scrostarsi), dai rimproveri (quelli degli altri, ma anche quelli che fai a te stessa).

Un posto in cui, al buio, tu non veda più nè gli altri nè te stessa. E in cui tu non riesca a distinguere gli oggetti al punto da non sapere se siano ancora lì o siano stati inghiottiti dal buio.

Poi la luce penetra morbidamente da qualche fenditura, ti illumina pian piano i piedi, le ginocchia sulle quali sono poggiate le tue braccia e su di loro il tuo volto. Ritrovi il contatto con il mondo, vedi te stessa riflessa sul pavimento, e torni lì, magari con un po’ più d’animo, da dove eri scappata.

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4 thoughts on “Un posto in cui scappare.

  1. É bello anche immaginare di scappare, credo che in fondo sia una specie di fuga anche questa… un viaggio immaginario… ma ho sempre immaginato che scappare mi avrebbe portata in una spiaggia deserta in cui riflettere… un giorno potrei scappare davvero 😉

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